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IRON MAIDEN+MOTORHEAD+MACHINE HEAD+Mastodon+Lauren Harris+Sadist - Roma Stadio Olimpico 20/06/2007

Quando lessi la prima volta di questo epico appuntamento che vedeva, unite nella stessa kermesse, due fra le più importanti, storiche ed influenti band della scena metal mondiale, mi dissi quando ricapiterà un'occasione del genere?
Iron Maiden e Motorhead, questi due nomi da soli fanno risuonare nella mente, parole come MONSTERS OF ROCK o DEI DEL METAL e assicurano un concerto veramente terremotante.
Ma iniziamo da principio. Partenza da Foggia alle 6:38. Si arriva a Roma Termini verso le 10:22 e già qua vediamo l'enorme stazione invasa da metallari proveniente da tutta Italia.
MACHINE HEAD
Dopo metropolitane e circolari varie, già abbastanza sudati e puzzolenti, arriviamo nella zona concerto. Il caldo è terrificante ed ogni pompa d'acqua assicura una fonte di salvezza per gole arse e fronti straripanti di sudore.
Anche Foggia aveva la sua degna rappresentanza, oltre a me, c'erano Shaitan degli Algorn e Fabio a cui si sono accodati altri due amici da San Benedetto del Tronto. L'apertura dei cancelli era prevista per le 12:00 mentre il concerto sarebbe iniziato verso le due. Con un pò di ritardo si è riusciti ad approdare nel settore nord dello stadio. Prima dell'inizio del concerto, i cui openers sarebbero stati i nostrani Sadist, freschi di reunion, ci siamo stabiliti verso l'interno del plesso sportivo in modo tale da fuggire al forte sole, che già stava recando i suoi effetti destabilizzanti. Qui trovo il caro Saverio Tomaiuolo, ex Thrashin Rage, col quale ci siamo caricati adeguatamente prima del boom finale.
LA FOLLA  
Verso le 15:30 si aprono le danze con i su citati Sadist, che si sono distinti per un buon sound e un forte impatto scenico, grazie all'imponente figura del caro Trevor Dunn. La band ha degnamente aperto questo storico appuntamento, riuscendo ad accendere gli animi della platea, già abbastanza galvanizzata dalla presenza di band di punta di una certa fattura.
MACHINE HEAD

Poi è la volta di Lauren Harris è la, come direbbe il poeta, "e qui comincian le dolenti note". Lauren Harris presenta due sole attrattive: è una tipa niente male ed è la figlia di Steve Harris. Ora, fermo restando che la sua esibizione, per me è stata senza infamia e senza lode, capace di catturare qualche improvvisato beniamino desideroso di fare un pò di ricotta sulle sue cosce, direi che è stata, in assoluto, l'artista che più di tutti risultava fuori contesto. Praticamente una versione di Avril Lavigne più hard rock e con un enfasi chitarristica, degna dei più pacchiani segaioli dello strumento. In più, è stata l'unica artista fra le band di supporto, ad avere l'onore dei maxischermi. Scusatemi, ma con tutto il rispetto che porto per quel sant'uomo di suo padre, mi è sembrata una pacchianata e in più un atto di nepotismo che poteva essere perfettamente evitato, se non altro per rispetto alle altre band di supporto che hanno offerto performance di gran lunga superiori a questa signorina, che ha ancora, come si dice, "molto pane tosto da mangiare", prima di cercare di strappare lo scettro di regina del metal alla mitica e bellissima Doro Pesch, che permettetemi di dire, dall'alto dei suoi quarantatrè anni, dimostra un sex appeal e un carisma decisamente superiore.

MOTORHEAD
Ridestatici dopo il coma "Lauren Harris", è la volta dei Mastodon, i quali si sono fatti avanti fra riffs lenti e pesanti e ritmi poderosi, qualche volta intervallati da veloci trasfughe. Sinceramente anche questa band aveva poco a che fare con la situazione, tuttavia è riuscita a portare avanti uno spettacolo tutto sommato interessante, anche se le nostre orecchie erano già pronte per le band "hot" della serata.

LEMMY
I Machine Head si presentano come un'ottima macchina thrash, nonostante la matrice "nu" del passato, con un Rob Flynn veramente in formissima, sia come musicista che come catalizzatore del pubblico. Al suo "porco dio" il pubblico è caduto letteralmente ai suoi piedi. La band ha proposto con una potenza ed un'aggressività sonora degne di merito, i principali brani dell'ultimo acclamato lavoro "The Blackening", insieme ad altri di "Through the Ashes of Empires" e dal loro album di debutto "Burn My Eyes". Una delle performance migliori sicuramente è stata la loro, soprattutto dopo aver infiammato gli animi con la dedica al compianto Dimebag Darrel.

STEVE HARRIS

 

Dopo i grandi Machine Head, da me erroneamente snobbati per molti anni, siamo tutti pronti per ricevere sua maestà imperiale: Ian "Lemmy" Fraser Kilmster. Il solo vederlo arrivare dal backstage in compagnia dei suoi compagni di malefatte, Phil Campbell e Mikky Dee, crea nel pubblico il giusto fervore. Saliti sul palco si da vita ad un vero spettacolo di "rock fuck'n'roll".
Si parte con "Kiss of death" per poi approdare a "Killers" e "In the name of tragedy", tratti tutti e due dal vecchio lavoro "Inferno". Standing ovation durante grandi capolavori come "Sacrifice","Metropolis", "Stay Clean", "Over the top", quest'ultima dedicata al pubblico e alla mitica "Killed by death".
A fine concerto cominciano a tuonare le terrificanti note di basso di "Ace of Spades" e li il pogo che prima si poteva definire accettabile, era diventato più assatanato per poi divenire insostenibile durante la chiusura affidata alla selvaggia "Overkill". Un concerto potente e distruttivo, come vuole la tradizione, con un Lemmy, in forma nonostante il problema che aveva avuto la scorsa estate.
Tuttavia Lemmy, potrebbe fare un concerto da seduto, rimane comunque la leggenda delle leggende, proprio per il suo non essere una classica rockstar ipocrita ed è questa la sua forza. Sul palco trasuda una verità selvaggia ed è questo che incendia gli animi al solo vederlo. Potere dei Motorhead.

Si è così giunti quasi alla fine, col pezzo forte: gli Iron Maiden, vere macchine da guerra e veri maestri dello "stage being". Devo essere sincero: parlando della loro esibizione direi che può essere riassunta in un fifty/fifty, una valutazione questa, credo non infrequente fra i fan della prima ora. L'inizio ha visto la presentazione di alcuni brani dal loro nuovo lavoro "A matter of life and death". Durante l'esecuzioni di questi brani il pubblico cantava si, ma non come quando venivano riproposti dei veri e propri inni del metal quali "The Trooper","The Evil that man do", "Wrathchild" o "Fear of the dark". Questa è la dimostrazione che la nuova incarnazione dei Maiden come "heavy/prog" non sia tanto ben accetta da alcuni dei suoi fan (compreso il sottoscritto). Il sestetto ha comunque fatto il suo sporco lavoro nelle maniera migliore: Bruce Dickinson decisamente in forma smagliante ha tenuto il palco con la sua regolare abilità, maturata in interminabili tourneè, anche se convinto di trovarsi in una città del sud (fosse la madonna) e Nicko McBrain che ha oramai preso l'abitudine a suonare scalzo senza perdere un colpo. Ovviamente non potevano mancare inni generazionali come "666-The Number of the beast", "Run to the Hills", "Hallowed be thy name" e chiusura alla stragrande con "2 minutes to midnight" e pubblico in delirio. Comunque il buon Bruce ha annunciato alla platea che gli Iron saranno nuovamente in Italia l'anno prossimo per riproporre "Powerslave", "Seventh Son of Seventh Son". In questa occasione riproporranno completa "Rime of the ancient mariner".

Raccattati le ultime pezze, abbiamo fatto i bagagli e con mezzi di fortuna, insieme a Shaitan, a Fabio, a Riccardo, un metallaro del milanese conosciuto li e con cui abbiamo diviso la notte davanti alla stazione Termini, in compagnia di barboni omosessuli, tossici e skinheads con complessi d'identità. Insomma un'otto ore di randagismo totale nelle città eterna, freschi (e neanche tanto) di uno degli appuntamenti metal più importanti dell'estate.

Detto questo, vi consiglio di tenere bene aperti gli occhi per il prossimo concerto degli Iron che sicuramente sarà un'altra grande occasione per vedere altre importanti band in azione.

LEMMY

 

 

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