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Live Report - Priest Feast (Testament, Megadeth, Judas Priest) - Milano Palasharp 10 marzo 2009

Devo ammettere che, per tutta una serie di sfortunate coincidenze, non ero mai riuscito a vedere i Judas dal vivo e quindi parto dalla mia città di residenza (Pescara), ma non di "cuore" (quella resta sempre Foggia), con molto entusiasmo. Questo senza nulla togliere a Testament e Megadeth, che tuttavia avevo già visto insieme in occasione del "Clash of the Titans" a Firenze nel lontanissimo 1990 al fianco di Suicidal Tendencies e Slayer come headliners (i Testament presentavano Practice what you preach , i Megadeth un "certo" Rust in Peace e gli Slayer stavano per pubblicare Seasons in The Abyss). Altri tempi, accidenti. E' in queste occasioni che mi sento un pò papanonno metal.
Noto che sul treno superveloce delle 6.30 ci sono dei metallari sparsi, ancora assonnati. Noto con piacere che il Palasharp è ben collegato con la metro (praticamente alle spalle della fermata "Lampugnano") a differenza del Dutchforum, che sta, per usare un eufemismo, in culo al mondo..Dopo la solita attesa (condita dalla comparsata del pittoresco Fratello Metallo cui molti hanno rivolto frasi non certo ecumeniche), il solito ritardo nell'apertura cancelli e la solita ressa, entro e mi trovo in terza fila (!!!). Ed è qui che mi dico: ecco ci sono ancora cascato.nonostante il caldo, le spinte, il bordello, mi è impossibile vedere un concerto metal dagli spalti.
Ma lasciamo parlare la musica:


TESTAMENT
I Testament non si fanno attendere e aprono le danze con una pesantissima "Over the Wall", seguita a raffica da "Souls of Black" e "The New Order". Siamo senza fiato!!! E' inevitabile il confronto con 19 anni fa (!!!!????) e noto che il grande (in tutti i sensi) Chuck è più lento nei movimenti, data la stazza da frigorifero. Ma, nonostante tutto, si dimostra in ottima forma vocale, lasciando alle spalle il ricordo della malattia che ha rischiato di portarcelo via, e che invece ha ucciso un altro Chuck a noi molto caro. Poi si prosegue con "More than meets the eye" dall'ultimo album Formation of Damnation.
Il pubblico la accoglie molto bene, dimostrando come i Testament siano riusciti (già a partire da The Gathering) a recuperare lo stato di grazia dopo numerosi album mediocri. La formazione è ben amalgamata, con alla chitarra il figliuol prodigo Alex Skolnick e alla batteria Paul Bostaph, che si è scambiato il posto dietro le pelli (e le band) con Dave Lombardo, guest star di The Gathering da cui è tratto il brano "D.N.R-Do not resuscitate" proposto a seguire dal vivo. Si prosegue con "Practice what you preach" per concludere con una velocissima "Formation of Damnation", a epilogo di un concerto breve ma intensissimo.



MEGADETH
 
Domanda: mi conservo "fresco" per i Judas oppure mi lascio anche questa volta trascinare dal pogo megadethiano?? L'ultima volta ero arrivato a vedere gli Slayer quasi distrutto, perché i Megadeth a Firenze nel 1990 erano stati grandiosi e mi erano parsi addirittura superiori agli "assassini". Risposta: e chi se ne frega!!! Mi ributto a capofitto nei Megadeth , che - salvo per l'iniziale "Sleepwalker" tratta da United Abominations (il secondo di una doppieta di album davvero sorprendenti per freschezza e vitalità) - propongono una setlist classica, che va da "Wake up dead" a "Symphony of Destruction", da "Sweating Bullets" alla bruttissima "A Tout le monde" (proprio non la sopporto, nonostante il recente duetto al fianco della gnoccona Scabia dei Lacuna Coil), passando per l'intensa "My darkest hour", "Hangar 18" (pogo mostruoso e scivolosissimo per il sudore e l'acqua a terra, praticamente pogavamo sui pattini) e la finale "Holy Wars". Mustaine, che non certo brilla per simpatia, ringrazia e fa un sorrisetto finale, come a dire: "ammazza che pubblico", dimostrando in questa occasione di essere tornato alla sua forma migliore.



JUDAS PRIEST

Cala un telone con disegnata l'immagine di copertina di Nostradamus, album secondo me ingiustamente criticato per lunghezza e prolissità e che invece mi pare un progetto ambizioso e in parte riuscito, che contiene dei potentissimi frammenti di saggezza metallica priestiana.

E si comincia con "Nostradamus" con Rob Halford vestito di tunica e cappuccio che sorge letteralmente da una botola. Un vero predicatore del metal, altro che Fratello Metallo... Ma quando attacca "Metal Gods" sono costretto a indietreggiare di un paio di file, perché la pressione e il caldo sono insopportabili. Mi sistemo giusto ai margini del pogo, pronto a ributtarmi alla prima occasione. I Judas sono in splendida forma (con gli axemen K.K. Downing e Glen Tipton vecchietti ma tosti) e persino le talvolta altalenanti prestazioni vocali recenti di Rob (soprattutto sulle tonalità alte) lasciano il posto ad una performance davvero di livello, che dimostra come il buon vecchio abbia ancora più di una cartuccia da sparare. Seguono "Eat me alive", "Devil's Child", l'inutile"Messenger of Death", forse il pezzo più lungo e palloso dell'ultimo album, che lascia il posto alla ballata "Angel" da Angel of Retribution .

Piccola riflessione: forse uno dei pezzi più intensi (per non dire commovente) dei Judas Priest, che porta dietro di sé tutta la storia di un gruppo che ha letteralmente fatto il metal. Punto.

Si riprende il ritmo con "Breaking the Law", che mi spinge a rituffarmi in un pogo di dimensioni colossali, dal quale emergo solo dopo un paio di pezzi ("Rock Hard", "Ride Free" e "Between the hammer and the anvil" da Painkiller ). Ma non c'è sosta: "Elecric Eye" viene accolta con un boato, assieme alle inattese "Dissident Aggresor" e "Sinner".

Basta qualche scarica di rullante e doppia cassa solo accennata da Scott Travis a scatenare un putiferio. Arriva "Painkiller". E qui devo dire che il buon Rob ce la mette tutta con la voce, ma con non poche difficoltà ahimé. Merito comunque allo sforzo!!!
Arriviamo tutti ai 2 bis letteralmente sfiancati. Il primo si apre con l'ormai atteso arrivo di Rob borchiato a cavallo della sua Harley (un pò come l'Eddie dei Maiden, un marchio di fabbrica) ad introdurre "Hell Bent for Leather" e "The Green Manalishi" (anche questa un ripescaggio dal passato). Si finisce (in tutti i sensi) con "You've got another thing coming".
Saluti e baci, persino con qualche lacrimuccia, a Rob e soci. Questo dimostra, almeno nel caso del popolo del metallo, che quello che si fa "sotto le coperte" sono questioni personali e che lo spessore e il carisma di un artista si giudicano sul campo e nel tempo.

Riprendo la metro, madido di sudore, con qualche livido sparso e decisamente puzzolente. Da domani si riprende a lavorare. Mi dico: niente male per un papanonno metal..

Saverio "Thrashing Rage"



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