THE OSSUARY - POST MORTEM BLUES (SCR 2016)
genere: heavy doom rock
AlexNespoli, giovedì 08 giugno 2017 - 11:33:00

Sta succedendo qualcosa nella musica underground. Chi lo vive dall'interno (o dall'inferno), facendo attenzione a tutte quelle microincrespature che caratterizzano il complesso ordito di questo sostrato creativo, avrà notato da qualche tempo a questa parte, un certo ritorno alle radici, non soltanto dal punto di vista musicale, ma anche per quel che concerne l'attitudine, il songwriting e la qualità delle produzioni. Sempre più band riscoprono il downtempo, le atmosfere sospese e rarefatte, i suoni scavati del valvolare, una certa propensione all'horror più plausibile, aspetti questi che collegano il blues degli esordi alle suggestioni orrorifiche degli anni '70.

Attivi da circa tre anni, i baresi The Ossuary rispondono a pieno a questi presupposti, soprattutto tenendo in considerazione il fatto che al loro interno, militano ben tre membri degli ormai congelati Natron, storica band del panorama death metal barese, quali il fondatore Max Marzocca (batteria), Domenico Mele (chitarra) e il più recente Dario De Falco (basso).
Mai come in questo caso non vogliamo fare un discorso di genere, ben sapendo che il Metal è ormai celebre (e spesso risibile) per l'eccesso di generi e sottospecie, tanti e tali da far rabbrividire Mendelejev e la sua tavola. È anche auspicabile che dopo venticinque anni di onorata carriera al servizio del Death Metal, si vogliano cercare altre strade e nuove (vecchie) sonorità.
In tempi ingloriosi come questi, dove il songwriting nel Metal è ormai impantanato in un pozza di riff ripetitivi o nella corsa al blastbeat più veloce, dove ormai la cara vecchia “forma canzone” è ormai un reperto da reparto geriatrico, i The Ossuary tornano alle origini, sia dal punto di vista musicale, che da quello iconografico.
Prodotto in una cartonatissima versione digipack, “Post Mortem Blues”, suona per l'appunto, dannatissimamente bluesy, sia nel riffage che nella qualità audio generale.
Le atmosfere farinose, epiche e sinistre prodotte in questo lavoro, rievocano sensazioni di paure tangibili e medievali, da film della Hammer o di Mario Bava come il martellare incessante di un non-morto che cerca di farsi udire da sotto la terra, o il lamento dei morti inghiottiti dalle acque e altre amenità simili.
Musicalmente, talune scelte stilistiche, presentano un apparentamento, anche se alla lontana, con quei topoi cimiteriali e diabolici tanto cari a bluesman del periodo arcaico qu­ali Skip James e Ike Zimmerman, quest'ultimo, maestro del leggendario Robert Johnson.

Apre le danze “Black Curse”, una opener dall'incedere carico, lineare e letale, ricca di groove e di lirismo dark. Decisamente un ottimo attacco per presentare il sound del quartetto.
Segue a ruota “Witch fire” e qui si entra appieno nel vero stile “The Ossuary”: un ballo spiritato, dove parti arpeggiate si rincorrono a riff più spediti e stregoneschi.
Sempre dello stesso carattere “Blood on the Hill” presenta maggiormente elementi bluesy, ma declinati in maniera più orecchiabile con un ritornello che si imprime molto bene nella testa, grazie ad un riffage matematico, curato e di grande efficacia.
Con “Graves Underwater” si passa, ed è molto percepibile, ad un'altra sezione, più introspettiva e stilisticamente su le righe. Dopo un'intro quadrato e monolitico si snodano parti arpeggiate di grande efficacia sonora, con un gioco di arpeggiati in modo minore, che fanno tornare alla mente quella temperie NWOBHM, che si attesta come uno dei sostrati primordiali della band. Mai come in questo brano si capisce come il punto di forza del quartetto levantino sia di non lasciare niente al caso. Il tutto dialoga con attenzione chirurgica. Stesso dicasi per la title track “Post Mortem Blues”, la quale si delinea come una lunga cavalcata sulfurea, incalzante, impregnata di zolfo e blues acido, ricca di richiami a certe atmosfere progressive dalle tinte cupe (Antonius Rex, Jacula, Coven e Black Widow).

The Crowning Stone è quasi un ideale gemello di “Blood on the Hills”, un altro lastrone costruito su riff apparentemente monolitici e molto diretti. Con la duina “Evil Churs”/“The Great Beyond” si chiude in bellezza questo primo lavoro dei The Ossuary, come a voler rivelare in fundo l'anima più progressive, tecnica e sperimentale del gruppo.
Evil Churs” parte con un riff dalla lentezza funerea, degna dei migliori Candelmass, per poi prendere il largo lungo un viaggio catatonico dall'atmosfera onirica. “The Great Beyond” presenta, specialmente nella sezione centrale, una costruzione dotata di un certo spessore, ricco di ricercatezza negli accenti e nell'alternanza di riff, contribuendo a creare un'clima di forte sperimentazione, degno coronamento di questo lavoro molto coraggioso.

In ultima analisi, il prodotto finale potrà piacere o meno, ma di sicuro non si potrà certamente negare che sia dotato di un elemento fondamentale e anzi direi cruciale: il carattere. Caratteristica questa che ha permesso la costituzione di un modus operandi in fase compositiva, che già da solo può essere considerato un traguardo di tutto rispetto, anche per musicisti navigati come i The Ossuary.
Unitamente ad un'esperienza live e discografica pluriventennale, c'è solo da aspettarsi un futuro interessante per questa band che oltre al carattere mostra anche una certa dose di coraggio, capacità di osare e originalità, muovendosi in un genere dove pare non sia stata detta l'ultima parola. Staremo a vedere.

9/10


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questo oggetto è tratto da Apulian Destruction
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