SOCIAL EPITAPH - FLAG OF LIES
genere: thrash/death metal
AlexNespoli, domenica 07 dicembre 2014 - 18:09:00

Iniziamo con il fare una piccola precisazione. Probabilmente per una questione più di natura genetica che razionale, molto spesso non si tengono in grossa considerazione le leve più giovani del genere e troppo spesso i 'vecchiacci' della stessa età del sottoscritto, sono così impegnati a sputare veleno e sentenze contro i 'giovani', tanto da non accorgersi che in mezzo a loro ci sono degli autentici talenti da tenere in considerazione e da seguire con molta attenzione.

Formatisi in quel di Corato (BA) nel 2012, i Social Epitaph appartengono a quel novero di band giovanissime, talentuose e con le palle quadrate, desiderose davvero di darsi da fare, partendo proprio da quel temuto e terrificante Molok di granito stratificato che è l'Old School Metal. Al pari dei colleghi Burning Nitrum, i Social Epitaph si sono dati da fare e non poco, condensando tutta la fatica, il sudore e l'attitudine in un interessante ep dal titolo 'Flag of lies', pubblicato quasi un anno fa, nel gennaio 2014 e oggetto della presente recensione.

Lavoro molto quadrato, elaborato e di ottima qualità audio, 'Flag of lies' è un three-pieces fortemente ispirato dalla scuola ottantiana del thrash/death più furioso ed elaborato, cronologicamente ascrivibile a quella fase di transizione a metà fra la fine degli anni '80 e i primi '90, quindi in quel momento nodale in cui il thrash e il death vennero a fondersi in quel magma incandescente e creativo dal quale si sarebbe venuta ad originare tutta una scuola di musicisti. Echi dei Kreator nella fase post 'Pleasure to kill' e Death in odore di 'Spiritual Healing' sono alcune delle prime rimembranze che salgono alla mente, specialmente all'attacco energico della opener e title track. Riff scattanti e un drumming furioso aprono 'Flag of lies', brano spietato e dalle sonorità cupe e prive di compromessi, dal quale traspare una certa propensione ad un'ottica 'progressive' non tanto nelle sonorità, ma nella mentalità e nel desiderio di rendere il brano vivo e ricco di richiami. Davvero degno di nota il lavoro della sezione ritmica e del comparto chitarristico (pregevole il plettraggio, gli incastri e le evoluzioni degli arpeggios' durante tutta la lunga sezione del solos).

L'attacco arpeggiato, cupo e aperto, scandito dalle note di basso della strumentale 'Spiritual Death of Humanity' mi ha davvero portato indietro nel tempo a metà strada fra i primi Megadeth, i Testament di 'Legacy' e a quel clima sordido prodotto da certe registrazioni su demotape degne dei siculi Third Reich (sconosciuto side project di due terzi degli Incinerator). Si passa poi ad un'orgia di ritmiche spedite e tachicardiche, vere schegge impazzite di thrash/death di forte impronta teutonica. Una dimostrazione esauriente della capacità di questi giovani musicisti.

Ahimè, il tutto si conclude con la closer 'Black Fleece', che dopo un minuto e mezzo di tenue strumentale si ritorna a menare testate nel muro al suon di un riffage quadrato e devastante, ben costruito con gli intrecci in quinte. Davvero notevole la chiusura in chiave neoclassica del solos.
Brano devastante ma non solo, ricco di rimandi e grande musica interpretata col cuore, la mente e le palle.

Tre brani possono sembrare pochi e in effetti lo sono, ma credo di essermi fatto un quadro abbastanza chiaro della situazione. Questi ragazzi meritano. Meritano di continuare e di perseverare in questo progetto. Come molti della loro generazione necessitano di essere instradati in contesti adeguati e di potersi fare le ossa in questo meraviglioso mondo, le cui 'insidie' sono in realtà le prove più difficili ma anche quelle più formative. Elogio pienamente la loro attitudine fieramente old school, riletta ovviamente alla luce dei giorni nostri, scelta coraggiosa, tenuto conto soprattutto del fatto che, a causa di una mera questione anagrafica, non hanno avuto il vantaggio di poter vivere e potersi avvalere di quegli anni 'poveri ma belli e veri', vero banco di prova per chi oggi ha passato i trenta ancora con capelli e attitudine intatti. Poter vantare una propria identità in un' epoca storica in cui si rifugge in buona sostanza qualunque radice, è davvero tanto e questi sono aspetti fondamentali e non complementari di una recensione. Insomma diciamolo, per poter parlare di un qualsiasi prodotto artistico, è necessario, prima di qualunque valutazione di stile e tecnica, prendere atto del contesto in cui questo si viene a trovare.
Loro sono riusciti a realizzare un prodotto dotato di carne, sangue e nervi, in un mondo di prodotti di plastica inanimata. Molti potrebbero accusarLi e accusarMi di faziosità, di nostalgico passatismo o di una sorta di 'Sindrome di Peter Pan' del Metal Estremo, ma cari miei, bisogna fare i conti con una verità ineluttabile. Ciò che definiamo Metal Estremo, ha dei parametri ben precisi, come li hanno il blues, il reggae, l'hip hop e la musica classica. Certamente 'Tempora mutantur et nos mutamur in illis', ma fino ad un certo punto.
Il Metal estremo rimane tale appunto nella misura in cui rispetta certuni parametri. La questione non è modificarlo o eseguirlo alla lettera. La questione è saperlo fare o non saperlo fare. Senza sbilanciarmi troppo, posso dire che i Social Epitaph sono sulla strada giusta. Il lavoro ovviamente è immenso e infiniti i margini di miglioramento, ma a ragion veduta, questa è una situazione davvero privilegiata. Si può andare solo avanti. Rimango in attesa di un prossimo lavoro.


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questo oggetto è tratto da Apulian Destruction
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