RECENSIONE "L' ESTETICA DEL METALLARO - Là fuori ci sono i mostri" di LUCA SIGNORELLI
genere: saggio
AlexNespoli, lunedì 07 aprile 2014 - 15:09:00

Il Metal è qualcosa che va oltre la musica, lo stile, le lunghe chiome fluenti, la birra, le scapocciate e tutto l'armamentario largamente noto. Il problema è proprio questo. Perché siamo arrivati al punto che un genere, fra i più onesti, caldi, antisistema, politicamente scorretto e antitutto oggi inizia appare un po' più imbavagliato rispetto al passato? Colpa dei gruppi che con l'imborghesimento delle sonorità, hanno sdoganato il genere?
Colpa dell'estremismo a buon mercato e del Satanismo 'fai-da-te', che hanno trasformato la vexata quaestio Metal-Satanismo-Fanatici Cattolici-GesùpiangeseticompriuncddeiDeicide, in una favola buona solo per commenti su Facebook? Colpa della tecnologia, che con la sua tentacolarità, ha spazzato via tutto ciò che è semplicità, freschezza, onestà e carattere, rendendo buona parte dei metalhead odierni un po' meno rustici rispetto al passato?
Dare una risposta a queste domande non è facile, ma come direbbe il dott. Hannibal Lecter, qual'è la prima cosa? "La semplicità". In effetti una lettura del buon Marco Aurelio, alla luce dei buoni propositi avanzati dal cannibale più famoso della letteratura e del cinema, suggerirebbe una risposta semplice alla questione. Va da sé che un certo indebolimento o addomesticamento della scena Metal debba essere ricercato nel mutamento degli aspetti sociali-culturali-comunicativi e via discorrendo, relativi al mondo in cui viviamo.

Nel 1997 (in un altro tempo, in un'altra galassia), Luca Signorelli, classe 1961, allora co-direttore della blasonata rivista 'Metal Hammer', decise di sondare il macro/micromondo del Metal attraverso una prosa, a volte criptica ma di grande impatto, dinamica e coinvolgente. Ecco che i grandi nomi della scena di allora (e di oggi) si trasformano in costellazioni dai nomi più disparati: Judas Priest, Iron Maiden, Kreator, Manowar, Megadeth. Dopo aver sondato questa galassia sullo stile '2001-Odissea nel Metal', ecco che si entra nel vivo del discorso.
Oggi l'assodata corrispondenza biker-metalhead, per quanto ricca di numerose corrispondenze risulta un po' troppo forzata ed è vero tanto oggi quanto ieri. «Il biker, rispetto al metallaro, è vecchio. Ha una scala di riferimento diversa». Quindi ci si pone la doverosa domanda 'perché' e 'in cosa differiscono'? È presto detto: «Il biker (scil.) non crede alla tecnologia (che al metallaro fra gran paura, pur essendone attratto». Alt. Teniamo conto che questo libro è assai datato, quindi quest'ultima asserzione può essere avvallata solo in parte. È vero che ancora oggi molti metallari esaltano la loro 'rudimentalità', esibendo cellulari veterotestamentari, il caro vecchio lettore cd anziché il più pratico I-pod e vanno vantando una stoica resistenza al nuovo, inteso come espressione di una società fallimentare, tutta apparenza e niente sostanza. È anche vero il contrario. Molti metallari hanno aderito, anche con una schietta naturalezza, all'avvento della tecnologia, mostrandosi interessati e aperti.
Così com'è anche vero che il biker «(...) non crede alla velocità delle chitarre, al mosh» e menché meno (...) «al trend satanista». Il biker tanto ieri quanto oggi, vanta uno stile nomade, radicato, basato su una visione semplice e, al tempo stesso, complessa della realtà. In generale il metallaro speedfreak, biker e legato tanto al consumo di 'anfe' e alla velocità psico-motoria (che per la cronaca è conosciuto come Motorhead) è ormai un'ombra del passato, una figura romantica, ma pur sempre un'ombra.
Viene segnata così la fine di un'era tanto che, un po' 'gattopardescamente' parlando, Signorelli chiosa questo capitolo: «Il metallaro si è sciolto nel mondo che gli sta intorno. Ha rinunciato a certi segni esteriori di riconoscimento per poter vivere più liberamente la propria ossessione».

Questo è ciò che il metallaro era e non è più (o che oggi potrebbe di nuovo essere) forse anche come risposta ad un mondo irriconoscibile, fagocitato dalla propria voglia di omologazione.
Sarà la storia a parlare. Su tutte basterebbe la parola di 'Sua Maestà' Dave Mustaine, quando afferma «L'Heavy Metal è quello tizio vestito di nero che si vede in certi film western. L'Heavy Metal è lo straniero senza nome». Con dare torto a Mustaine (men che meno di persona dato la sua proverbiale propensione ad imbestiare). Scherzi a parte. L'epopea del vecchio west, (almeno nella vulgata italiana di Sergio Leone, tutta silenzi, campi lunghi alternati a primissimi piani e dettagli, dosati con un montaggio sincronico e cronometricamente perfetto) ha parecchio di Heavy Metal e non soltanto dal punto di vista estetico (capelli lunghi, barbe incolte, cinture con cartuccera, sguardi furiosi) ma anche 'spirituale'. L'epopea del guerriero solitario, in lotta più con i suoi fantasmi che con nemici in carne ed ossa, ritorna anche in questi anni di cibernetico delirio, dove ancora una volta, capelli lunghi, borchie, atteggiamento a metà fra l'hippy disincantato e il blackster misantropo e antiumano, in molti casi non sono altro che i corredi bellici di una corazza difensiva per sfidare il peggiore dei nemici: se stessi.

Anche se grammaticamente cacofonica, la domanda 'Quando è il Metallaro?', riassume un'altra annosa diatriba circa i limiti cronologici del nostro genere.
Il capitolo 'Le mutande di Peluche', (con chiaro riferimento alla sparuta orda barbarica della Marvel rispondente al nome di Manowar), cerca di fornire una risposta esauriente. «Il vero vantaggio del metallaro rispetto al resto del mondo è l'aver capito che c'è qualcosa che non va nello scorrere del tempo, nel passare degli anni». Ben conscio che la 'recensione' a questo libro stia assumendo le contorte e spesso autoreferenziali fattezze di un saggio di critica letteraria, mi pongo anche io la questione sul tempo, interrogandomi, molto spesso senza ottenere risposta. Il tempo va avanti, ma sulla sua reale misurabilità tutti dubitiamo. Sulla base di questo giustificatissimo dubbio, il 2014 non differisce dal 1978 o dal 1967. Ci sono solo differenze accidentali, ma niente di più. Il prosieguo delle cose non incuba necessariamente la loro evoluzione, come aveva sostenuto a suo tempo Nietzsche ne 'L'Anticristo'.

A ragion veduta questo 2014 potrebbe anche essere il 1978 o il 1967. Abbiamo solo più vestiti, elettricità ed una mentalità, volente o nolente, adeguata agli standard attuali, ma nulla di più. In tutto questo, le 'mutande di Peluche' dei manowariana memoria cicatrizzano questo desiderio di blocco. Tra tempo, mutande e maschere che uccidono l'identità umana e conferiscono l'aura mitologica (i Kiss su tutti) si giunge alla pura concettualizzazione rappresentata dai Blind Guardian nei quali immaginario tolkeniano, potenza evocativa della parola, suggellata da una melodiosità medievale, convergono in un'unica ed evocativa soluzione che in Italia soprattutto, ha goduto di un grande successo.

Nel capitolo '40 motivi per odiare il Metallo', il metalhead in lettura viene messo completamente a nudo, tanto che vien forte il desiderio di controllare lo stato delle proprie pubenda. Tanto ieri quanto oggi, uno dei motivi per cui il Metal è messo molto spesso all'Indice dei generi fuorvianti è l'atteggiamento violento, oscuro e dinamitardo. Il metallaro assume in sé gli elementi costitutivi del guerriero vichingo pronto a spazzare via i cristiani invasori e del terrorista antisistema, antipolitica, antitutto. In realtà, le cose sono ben diverse da come ci vengono prospettate. È ovvio che il testo in questione va anche attualizzato nella realtà odierna, una realtà dove il Metal appare decisamente più rabbonito e sottoposto alla weltanschaung del delirante mondo moderno.
Eliminando tutto il corredo di base, un metallaro è qualcuno che la pensa a modo suo.
Un giovane, un adolescente che cerca di sottrarsi a quello che Calvino a suo tempo definì 'Il mare dell' oggettività'. Questo spiega, anche da un punto di vista psicologico, il ricorso ad un abbigliamento shocckante, atto a provocare (almeno nei primi anni di militanza) uno strampalato 'épater le bourgeois' anziché a porre l'accento sulle proprie intime motivazioni.
Il dissidio generazionale fra i metalhead nati all'inizio degli anni ottanta e 'pischelli' attualmente sedicenni è un altro discorso, talmente verboso da occupare pagine e pagine di un articolo e quindi vi faccio grazio del resto. Leggendo fra le righe, emerge ben chiaro come la società e il tanto temuto PRMC, capitanato dalla lady di ferro americana, Tipper Gore (moglie di Al Gore) in realtà contemplino ampiamente che accanto ad un filone 'mainstream', perfettamente inquadrato nelle logiche della normalità, ci possa essere un gruppo di 'facinorosi', di 'diversi', 'emarginati' o 'non fedeli alla linea', il cui scopo è quello di far apparire migliori i primi. Per destrutturare le fila di questo sistema dualistico, costruito sulla dicotomia fra 'ragazzo normale' e 'alternativo' (alternativo poi a cosa? Ndr.) basta semplicemente non considerarlo. La cultura ad esempio è un tratto ricorrente nel mondo del Metal. La lettura, con tutto il suo corredo visionario (Stephen King, E.A Poe, Lovercraft, Tolkien su tutti) ritorna molto spesso e oggi ancora di più. C'è necessità di nutrirsi di idee, vecchie o nuove, non fa differenza. Se si è in possesso di idee allora l'atto dello scandalizzare assume dei toni meno infantili e più terrorizzanti. In questo caso Signorelli non poteva non chiamare in causa i terrificanti GWAR, che a distanza di quasi trent'anni risultano uno dei gruppi più irriverenti e pericolosi della scena. I GWAR fanno paura proprio per questo, perché dietro la satira, l'irriverenza, il linguaggio scabroso e violento, c'è una base testuale matura, ben costruita, quasi scientifica nel suo meccanismo puntuale e venefico. Ed ecco qui un altro elemento cardine del mondo del metal: il Sesso. Nelle loro deviate scorribande sonore, i GWAR non hanno certo lesinato gustose e depravate avventure sessuali e non sono certo gli unici. Il Metal è sempre stato contraddistinto da un certo sessismo di base, da un machismo a metà fra un Ken disinibito e un Heman dai mutandoni di peluche, tanto per ritornare al tema precedente. Va da sé che la donna viene considerata alla stregua di un mero oggetto di godimento fisico, tutta curve e sensualità. In verità, questo è un mito vecchio, ormai decaduto e puzzolente di naftalina. Le velate e risibili vestigia di questa concezione sopravvivono solo nelle immagini dei 'non addetti ai lavori' e di qualche ragazzino alla prima esperienza di un grosso metal festival, dove l'appariscenza di certe signorine (quasi sempre accompagnate dai loro partner soddisfatti), generose sia per dotazione fisica che per l'ardimento di certi capi d'abbigliamento (a volte acquIstati per la situazione e poi prontamente riposti nell'armadio fino all'estate successiva) viene troppo spesso confusa con propensione ninfomane. Ma è giusto che ad una certa età la fantasia possa librarsi liberamente, come nei testi dei GWAR e degli Anal Cunt.
Abbandonata la questione sessista, c'è ovviamente un altro elemento fortemente connesso con il Metal, ed è il TRASH. Non parliamo di genere musicale ovviamente (è solo questione di una 'H') ma di una propensione culturale e di gusto che con il nostro genere ha avuto molto a che fare. Come scrive puntualmente Signorelli «Il termine trash è detestabile(...) È un'etichetta inventata per vendere prodotti di per se stessi interessanti, stimolanti e intelligenti che un tempo ben pochi si filavano e che ora, per via di flussi e reflussi del mercato dell'intrattenimento, fin troppi dicono di amare».
Su tutti l'autore cita con grande afflato critico, l'esempio della Troma, casa di produzione indipendente fondata da Lloyd Kaufman e Michael Hertz nel 1974. Splatter, humor, sesso, critica sociale i film della Troma (Class of Nuke'em, Toxic Avenger, Tromeo & Juliet) oltre ad avere spesso come ospite d'eccezione il buon Lemmy Kilmster, sono un ottimo esempio di capacità di osare, creatività e onestà intellettuale. La Troma è «(...) il marchio di fabbrica per films che sono maturati in fondo ad una palude tossica per migliorare il nostro mondo imperfetto».

Sorvolando sul brivido mortifero generato dall'attesa di un concerto degli Slayer e saltando a passi da canguro alla sezione 'Casi Critici', dalla cui lettura ognuno potrà trarre il proprio personale punto di vista, approssimandoci alla fine giungiamo ad un altro capitolo davvero degno di nota: il Death Metal.
Cerchiamo di puntellare sin dall'inizio questo discorso con qualche citazione ad hoc Gene Hoglan «L'agonia costante mi crea» a cui gli fa eco Signorelli «In ogni death metaller si nasconde[/i] (...) un antico patriarca cristiano-gnostico, un santo stilita in vena di mortificazione del corpo». Certamente appare difficile accomunare il death metal (genere spesso connesso ad un satanismo militante) ad un 'De contemptu mundi et corpore' di filiazione decisamente cristiana medievale. Eppure i lontanissimi germi di questo genere vanno ricercati nelle paure millenaristiche e nella lenta contemplazione della morte e dei suoi effetti tanto nella opera tanatografica di Ippocrate di Coo (V sec), tanto nelle lugubri rappresentazioni della peste ne 'Il settimo sigillo' di Bergman.
Ciò che interessa al death metaller, inteso qui come musicista, è il disprezzo della carne (ora intesa nel senso fisico ora in termine figurato). Il senso di nausea creato da un album epocale quale 'Necroticism...' dei Carcass risulta quantomai emblematico per tutto un genere. Un utile pandant del fitto brulicare di gruppi death metal nella metà degli anni '90 è certamente la diffusione del gioco Doom, uno dei sparatutto più brutali nella storia dei videogames. Molto spesso le devastanti sortite del marines spaziale sono state accompagnate dal generoso ascolto di Entombed, Cannibal Corpse e Carcass (pratica perseguita anche dal sottoscritto ndr.) esperienza che, se presa con le dovute pinze, può produrre effetti decisamente benefici nello scaricare l'ira repressa.

Di considerazioni se ne potrebbero fare a bizzeffe su questo lavoro meritevole di una lettura molto approfondita, ma si esulerebbe dallo spazio concesso. 'L'estetica del metallaro' è un libro a suo modo attuale, carico di significati, ora chiari ora criptici, degna interfaccia dell'ambiguità che contraddistingue il nostro genere. Se vi capiterà la ventura di incappare in questo libricino di appena 154 pagine, vi consiglio di non lasciarvelo sfuggire e di leggerlo con grande attenzione, in quanto raramente vi capiterà di seguire una disamina così puntigliosa e nerd delle caratteristiche peculiari di quello che comunemente e molto volgarmente si definisce 'metallaro'. Chi è dunque questa figura da medioevo post atomico? Un rozzo vichingo moderno facile alla rissa, alla moto, alla birra, alla bestemmia, al sesso sfrenato o un nerd in cerca di una propria dimensione, per lo più oscura, fondendo mitologia tolkeniana, candele nere, riti satanici fai da te? La risposta è proprio in questo binario. Oggi il mondo del Metal è un attracco sicuro, l' 'Isolachenonc'è' per coloro che trovano una propria dimensione atemporale, sospesa in una soluzione salina. Incorruttibile al punto tale da concedersi una capatina nel 'mondo di fuori' il metallaro di oggi è un'entità difficile da cogliere, ma rimane sempre una figura ancorata a quell'oscuro interstizio a metà fra un medioevo magico e una modernità tachicardica.


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questo oggetto è tratto da Apulian Destruction
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